Nicolina Raimondo
nicolrai@yahoo.fr
Counselor Trainer
Scuola di Counseling Relazionale
Prevenire è Possibile
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Tipologie di famiglie e stili educativi Secondo il modello del Counseling Relazionale di
La famiglia è il gruppo sociale più particolare che ci possa essere e considerata la caratteristica delle sue relazioni, intime, intense, continue, varie e complesse, come in nessun’altra forma di convivenza, si rende necessaria,ai fini del nostro tema, l’analisi del contesto familiare e delle dinamiche che lo caratterizzano.
Ogni persona e poi coppia mette in atto delle interazioni verbali e non verbali che manifestano le proprie emozioni e sentimenti: amore o disamore, accettazione o rifiuto, che influiscono sulla formazione della personalità dei figli generando atteggiamenti di apertura o di chiusura.
Amore e accettazione generano il senso di sicurezza che significa autostima e fiducia in sé stesso, capacità di affrontare le difficoltà della vita ed altro ancora. Rifiuto e indifferenza provocano ritardo e/o regresso nello sviluppo.
Un'infanzia povera di gratificazioni struttura una personalità nevrotica, dipendente e plasmata dai condizionamenti esterni più che dalla forza vitale del proprio sé.
Dal modo di relazionarsi di ogni coppia derivano le tipologie di famiglia e di figli.
La famiglia oppressiva
Genitori troppo rigidi nei conformismi e nelle regole attivano una famiglia oppressiva, dove vige uno stile educativo autoritario: tendono ad influenzare, giudicare e controllare i propri figli affinché si adeguino a standard tradizionali.
Li puniscono senza spiegazioni; non rispettano la personalità dei figli, non ascoltano la loro opinione, esigono solo obbedienza, sono distaccati e anaffettivi, non gratificano mai i figli.
Per salvare l’immagine, i genitori si sostituiscono ai figli evitando loro di commettere errori o di fare “brutte figure” perché all’esterno non devono trasparire debolezze.
I figli non si sentono amati e accettati, evidenziano difficoltà nelle relazioni sociali, non prendono iniziativa, sono poco curiosi e poco spontanei.
La cosa più difficile è quella di ascoltare
Noi siamo così frenetici che la sola idea di ascoltare e di aspettare i tempi naturali delle cose e delle persone, ci mette angoscia.
Siamo come uno che deve fare un lavoro che non ha mai fatto e che deve ricevere le istruzioni, ascolta le prime due parole e dice: sì, sì, ho capito, comincia a lavorare e combina un macello, e se ne stupisce pure.
La radice della disponibilità ad ascoltare è l'umiltà di ammettere che la vita ancora non la conosco e che quindi non posso pretendere di sapere già da che parte andare.
La radice della disponibilità ad aspettare è l'umiltà di riconoscere che bisogna aspettare che ogni seme seminato germogli e maturi: bisogna ammettere che ognuno ha i suoi tempi.
Ci sono cose nella vita che sono importanti, ma non urgenti (nel senso che se non le fai, apparentemente non succede nulla); viceversa, ci sono cose che sono urgenti ma non importanti.
Il nostro rischio è di sacrificare sistematicamente le cose importanti per correre dietro a quelle urgenti, spesso del tutto secondari e forse nemmeno urgenti.
Come premunirci contro questo pericolo? Una storia ci aiuta a capirlo.
Un giorno, un vecchio professore fu chiamato come esperto per parlare sulla pianificazione più efficace del proprio tempo ai quadri superiori di alcune grosse compagnie nordamericane.
Decise allora di tentare un esperimento.
In piedi, davanti al gruppo pronto a prendere appunti, tirò fuori da sotto il tavolo un grosso vaso di vetro vuoto. Insieme prese anche una dozzina di pietre grosse quanto palle da tennis che depose delicatamente una ad una nel vaso fino a riempirlo.
Quando non si poteva aggiungere più altri sassi, chiese agli allievi:
“Vi sembra che il vaso sia pieno?” e tutti risposero :“Si!”. Attese qualche istante e aggiunse: “Siete sicuri?”
Si chinò di nuovo e tirò fuori da sotto il tavolo una scatola piena di breccia che versò accuratamente sopra le grosse pietre, muovendo leggermente il vaso perché la breccia potesse infiltrarsi tra le pietre grosse fino al fondo. “È pieno questa volta il vaso?”, chiese.
Divenuti più prudenti, gli allievi cominciarono a capire e risposero: “Forse non ancora”. “Bene!”, rispose il vecchio professore.
Si chinò di nuovo e tirò fuori questa volta un sacchetto di sabbia che con precauzione versò nel vaso. La sabbia riempì tutti gli spazi tra i sassi e la breccia. Quindi chiese di nuovo: “È pieno ora il vaso?”.
E tutti senza esitare risposero: “No!”. Infatti rispose il vecchio e, come si aspettavano, prese la caraffa che era sul tavolo e ne versò l’acqua nel vaso fino all’orlo.
A questo punto egli alza gli occhi verso l’uditorio e domanda: “Quale grande verità ci mostra questo esperimento?”.
Il più audace, pensando al tema del corso (la pianificazione del tempo), rispose: “Questo dimostra che anche quando la nostra agenda è completamente piena, con un po’ di buona volontà, si può sempre aggiungervi qualche impegno in più, qualche altra cosa da fare”.
“No, rispose il professore; non è questo.
Quello che l’esperimento dimostra è un’altra cosa: se non si mettono per primo le grosse pietre nel vaso, non si riuscirà mai a farvele entrare in seguito.
Un attimo di silenzio e tutti presero coscienza dell’evidenza dell’affermazione.
Quindi proseguì: “Quali sono le grosse pietre, le priorità, nella vostra vita? La salute? La famiglia? Gli amici? Difendere una causa? Realizzare qualcosa che vi sta a cuore? La cosa importante è mettere queste grosse pietre per prime nella vostra agenda. Se si da la priorità a mille altre piccole cose (la breccia, la sabbia), si riempirà la vita di sciocchezze e non si troverà mai il tempo per dedicarsi alle cose veramente importanti. Dunque non dimenticate di porvi spesso la domanda: “Quali sono le grosse pietre nella mia vita?” e di metterle al primo posto nella vostra agenda”.
Poi, con un gesto amichevole il vecchio professore salutò l’uditorio e abbandonò la sala.
Quali sono le grosse pietre nella vostra vita?
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