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sabato 7 gennaio 2012

Il ruolo del padre e della madre





 
leti.dime@gmail.com
Maria Letizia Di Memmo
Counselor
Scuola di Counseling Relazionale
Prevenire è Possibile
http://www.prepos.it/



 Il ruolo del padre
           

 



Se volgiamo lo sguardo indietro nella storia, ci rendiamo conto come dalla rivoluzione industriale è iniziato il declino della struttura patriarcale e autoritaria della famiglia: dal “pater familias”, che aveva diritto di vita e di morte su moglie e figli, si è passati al padre-padrone fino al padre impiegato di oggi sempre più assente e sempre più lontano nell'educazione dei figli.
 



            Le lotte studentesche del '68 hanno decretato la “morte” del padre tradizionalmente inteso e la nuova generazione di genitori, pur di non ricalcare le orme del passato, ha addirittura abdicato al ruolo paternoeducativo e formativo, tanto che non si è ancora pervenuti a definire l’“identikit” del nuovo padre, mentre il ruolo materno è stato rinnovato e ridefinito.
 



            Gli studi psicologici e sociali pongono l’accento sul fatto che proprio la crisi del ruolo paterno tradizionale ha per effetto la “famiglia lunga”, in cui l'adolescente incontra grandi difficoltà a separarsi da un ambiente che sembra promettergli continuamente protezione, affetto e soddisfacimento dei bisogni.
 



            Pur riconoscendo la situazione di crisi rispetto al passato, tuttavia, nell'attuale società si possono intravedere tentativi da parte degli uomini di recuperare il proprio ruolo paterno. Gli stessi mass-media, persino la pubblicità, esprimono un nuovo modo di concepire il ruolo sociale di paternità, che demanda esclusivamente alla donna l'educazione e la gestione dei figli.
            Si assiste, in realtà, a una diversità di atteggiamenti nel ruolo paterno: c'è chi ritiene giusto riappropriarsi del ruolo di un tempo, imponendo la propria autorità; chi delega alla moglie l’educazione dei figli, limitandosi a svolgere solo funzioni di sostegno economico e c'è chi, invece, si mostra disposto a collaborare, a vivere di più in famiglia e a seguire la crescita dei propri figli.
            Al padre si richiede, in un primo momento, il dovere di sostenere indirettamente la madre nella creazione di un’atmosfera familiare serena e sicura da offrire al bambino, perché possa crescere sano e forte fisicamente e psicologicamente. In seguito, egli dovrà far sentire direttamente il suo influsso e orientare il figlio a principi, leggi e obbligazioni morali mediante propri atteggiamenti concreti nei confronti della vita, del mondo, nelle relazioni con gli altri; secondo la visione freudiana, egli avvia la formazione del Super-io.
            Il padre ha il compito, quindi, di dare al figlio sicurezza emotiva, di aiutarlo ad apprendere il controllo di sé attraverso l’insegnamento del valore della rinuncia e dell’esercizio della pazienza,per avviarlo in autonomia alla dimensione nel mondo e al rispetto delle regole sociali. Condizione indispensabile perché i figli sviluppino una coscienza morale e si distacchino dalla figura materna, che soddisfa sempre e subito i loro bisogni.
            Il padre non può defilarsi; si può divorziare dalla moglie, ma non lo si può dai figli. I danni provocati dall'assenza o latitanza paterna diventano visibili nell'adolescenza, momento più critico e delicato dello sviluppo umano.
            L'uomo che vuole diventare padre oggi, può godere di tutte le libertà nel gestire il proprio ruolo, ma non può ricalcare la figura del padre-padrone. Nessuno glielo consentirebbe, anzi verrebbe denunciato al tribunale dei minorenni per maltrattamenti morali.
            Ma quando si diventa padre?
            Un tempo si riteneva che si diventasse padre al momento della fecondazione, dando al ruolo sessuale un’importanza straordinaria: l'uomo mostrava la propria virilità e acquisiva potere nei confronti della madre e del nascituro; oggi si è convinti che i protagonisti sono solo due: la madre e il bambino, che sono autonomi e autosufficienti.
            Essere padre, madre o figlio significa essere in relazione con qualcun altro. Un padre non esiste in se stesso: un padre esiste solo in quanto esistono dei figli; nessuno di noi è padre o madre di per sé: un uomo è padre se c'è un figlio che lo fa essere tale.

 



            Un padre e una madre nascono quando nasce un figlio; in altre parole possiamo dire che, se è vero che sono un uomo e una donna a far nascere un figlio, è altrettanto vero, paradossalmente, che è il figlio a far nascere un padre e una madre.



            Entrare nella paternità è sinonimo di “dedizione”, è una nuova capacità: in primo luogo, divenire persona in grado di prendersi cura non solo di se stesso ma anche di un’altra creatura vivente; in secondo luogo, deve aiutarla a distaccarsi dalla madre, a diventare “persona” capace di scelte autonome, in grado di camminare da sola. E’ un continuo rimettersi in gioco, durante il quale è opportuno sforzarsi di comprendere le necessità del figlio che cresce, di sapersi adeguare ai tempi, senza rinnegare valori e principi validi, ma neanche assolutizzarli e mitizzarli.

Il passaggio da uomo a padre trasforma l’uomo in persona matura e con piena realizzazione di sé.
            I ruoli si ereditano e, infatti, ogni padre deve fare i conti con il suo essere stato figlio e con ciò che suo padre gli ha trasmesso. Non è possibile per un genitore riuscire a dare al proprio figlio ciò che non ha ricevuto, piuttosto si tende inconsciamente a restituire il proprio vissuto, lo stesso identico modello – combattuto magari per anni nel genitore, considerato inaccettabile – anche se può arrecare danno al proprio figlio e questo costituisce sempre un punto cruciale nell’ambito del passaggio generazionale.
            Cosa succede in questo caso?
            A tal riguardo, Aldo Carotenuto, nel suo libro “Integrazione della personalità”,  scrive: “Che i vissuti negativi dell’infanzia abbiano effetti e conseguenze durature e svolgano un ruolo enorme nel decidere del futuro sviluppo dell’individuo, è un dato ormai assodato. Un esempio per tutti è dato dagli studi condotti su genitori maltrattati, i quali hanno mostrato che una percentuale altissima di loro ha subito violenza o cure insufficienti nella propria infanzia”.

            Infatti, quando il padre non ha risolto i problemi personali con la propria autorità paterna, possono nascere gravi difficoltà emotive proprio nella fase di gioco e di crescita del figlio, momento in cui si ritrova ad avere lui stesso autorità e potere. Questa viene definita dalla letteratura la “cattiveria dei padri” i quali si ritrovano in posizioni di conflitto che possono acuirsi man mano che i figli crescono, quasi a voler rivendicare ciò che, un tempo, non erano riusciti ad avere dal loro padre. Nel rapporto figlio maschio-padre si verificano delle contraddizioni tra potenza e impotenza tale da far sentire nel bambino la spinta a diventare più potente.

Ma il figlio si trova da un lato a volersi sottrarre allo strapotere del padre per salvaguardare l’integrità dell’Io, dall’altro però deve sforzarsi di cercarne l’approvazione per sentirsi accettato.


            Spesso il padre impedisce al proprio figlio di fare delle scelte autonome e tende a progettarne la vita, cercando in lui più la realizzazione che avrebbe voluto per se stesso che quella autentica dei sogni del figlio.


 



Il ruolo della madre
 



            L’importanza del ruolo materno è ben interpretato dallo psicoterapeuta professor Masini che, nella sua dispensa “La famiglia”, dice: “La donna materna è il femminile maturato e divenuto adulto...Nel rapporto madre-figlio c’è un debito del figlio verso la madre che nessun programma di parità potrebbe fissare poiché è sostenuto da una relazione etica di cura che, nell’uomo, supera l’attaccamento biologico per diventare il primo e principale luogo di espressione dell’affettività. Nella maternità l’essere umano trova il compimento di sé nell’altro poiché dà dignità alla persona facendola sentire amata”.
            Essere madre è frutto di un’accettazione non scontata, che  vince la tentazione del rifiuto della “diversità”.
            La madre dà la vita, nutre, custodisce, protegge, tutela, fa crescere. Essa rappresenta l’amore incondizionato che con calore, tenerezza e sicurezza, attraverso baci, abbracci, cure continue, contatto fisico e affettivo consegna al figlio la fiducia e il piacere di vivere.
            Una buona madre è colei che istintivamente capisce ciò di cui ha bisogno il figlio sapendo trovare il giusto equilibrio e sapendo creare la giusta distanza tra lei e il figlio.
            Dalle ricerche condotte sulla relazione madre-figlio nella primissima infanzia, risulta che la madre riesce a favorire lo sviluppo della mente del bambino solo se soddisfa i suoi bisogni primari a piccole dosi, senza causargli grandi frustrazioni. Ad esempio, nel momento della poppata, i tempi d’attesa della richiesta del cibo - e cioè il tempo che passa dal pianto alla soddisfazione del bisogno - devono essere via via sempre più dilatati perché il bambino riesca a prendere coscienza  che l’oggetto desiderato è inserito in un contesto più ampio, lontano da sé e, quindi, a differenziare il Sé dal mondo.
            La mancanza di frustrazione renderebbe il bambino onnipotente, incline a strutturare una personalità narcisista per il fatto che ottiene tutto ciò che desidera nel momento in cui lo chiede; invece la troppa frustrazione, renderebbe il bambino scoraggiato e inibito.
Gli Autori distinguono una “madre sufficientemente buona” per istinto materno, da una “madre migliore”, cioè capace di aiutare il figlio a distaccarsi dalla sua immagine per approdare nell’individualismo, senza che ne soffra troppo. Non è, quindi, colei che tiene legato a sé il figlio impedendogli di lasciar emergere i propri sentimenti e neanche quella che non impone divieti per il timore di perderlo. Atteggiamenti che provocano nel bambino sensi di colpa, narcisismo patologico, mancanza di autostima, depressione e dipendenza.
            Come ci spiega la psicanalista Caroline Thompson nel suo libro "Genitori che amano troppo", l'incapacità di porre dei limiti e punizioni risiede nella difficoltà del genitore di avviare una buona separazione per paura di perdere l'amore del figlio che  diventa “ribelle” alle istanze del genitore, impotente nel farsi ascoltare.
            Nel reperire materiale informativo per il mio lavoro, ho trovato utile anche la lettura del libro della statunitense Jane Swigart Il mito della cattiva madre. L’autrice, laureata in letterature comparate e specializzata in psicologia clinica alla San José State University, si guarda dal costruire inutili teorie sul rapporto madre-figlio e prende a esempio le difficoltà quotidiane che non sono certo facili da gestire per una donna impegnata nei suoi ruoli, ma anche ricca di desideri e aspirazioni personali. Swigart esamina due modelli di madre: la Buona Madre, madre perfetta che, annullando se stessa, fa tutto per il bene dei figli; la Cattiva Madre, egoista e insensibile ai problemi dei figli. Entrambe le immagini sono false e stereotipate, ma influenzano il comportamento di ogni donna, addirittura prima ancora di diventare madre. Questi miti spingono a credere che le madri siano le uniche responsabili della “riuscita dei figli” e che i primi anni di vita di un bambino sono “i più importanti e formativi”.
            La Swigart analizza le realtà emotive della madre che alleva un figlio e afferma: “...i compiti diuturni che comporta l’allevare un bambino lasciano poco tempo o energia per la sublimazione di lotte competitive o l’espressione creativa... Allevare i figli può portare maturazione e saggezza a quelle madri che si sforzano di farlo meglio che possono... E’ identificandoci con loro che siamo in grado di immedesimarci e così di imparare molto su noi stessi. I bambini possono renderci più umani, costringendoci a una serie di mini-epifanie via via che passano attraverso le fasi dell’infanzia. Ma possono anche risvegliare la nostra propensione a essere ciechi verso le necessità e le diversità altrui. Paradossalmente la dolorosa evocazione del narcisismo, della sensualità, della crudeltà e dell’indifferenza, è essa stessa parte del processo umanizzante. Allevare i figli spesso provoca proprio ciò che dobbiamo imparare a padroneggiare, controllare e superare in noi stessi, per non fare loro del male”.

 


 



"Il bambino chiama la mamma e domanda: "Da dove sono venuto? Dove mi hai raccolto?". La mamma ascolta, piange e sorride mentre stringe al petto il suo bambino. "Eri un desiderio dentro al mio cuore."
(Tagore )

sabato 26 novembre 2011

La nuova Famiglia


 
  
leti.dime@gmail.com
Maria Letizia Di Memmo
Counselor
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La nuova Famiglia
Una interazione più intensa e personalizzata fra genitori e figli



Nella nuova famiglia definita “auto-referenziata”, “autonormativa”, dove  affettività e riservatezza sono gelosamente custodite, c’è una maggiore attenzione, rispetto al passato, alla persona e ai bisogni psicologici e una interazione più intensa e personalizzata fra genitori e figli.  Ma, al suo interno,  per la chiusura in se stessa e per la troppa partecipazione emotiva ai problemi dei figli, le relazioni diventano problematiche, difficili e spesso conflittuali.

            Già una trentina di anni fa, una studiosa scriveva: “L’allevamento dei figli è diventato la preoccupazione e l’occupazione principale sia degli uomini che delle donne; rendere i figli felici è diventata una delle cose più importanti; dare ai figli ciò che i genitori non hanno mai avuto è diventata una necessità; la crescita, lo sviluppo e i successi dei figli costituiscono ormai per i genitori uno dei modi principali per trovare una convalida del proprio valore personale; l’atteggiamento dei figli verso i genitori può ormai in larga misura contribuire a costruire o a distruggere i loro sentimenti di autostima”.  

Nel suo ruolo educativo, oggi la famiglia – anche in reazione alla vecchia  educazione autoritaria – intrattiene con i figli un rapporto basato più sulla comunicazione di bisogni e desideri che su un modello normativo, sostituito dai martellanti messaggi ideologico-culturali in contrasto con quelli che la famiglia trasmette. Alcuni autori sono convinti che in questo modo il fattore “responsabilità” venga frainteso nel rapporto genitori-figli e tradotto spesso in termini di “desiderio” piuttosto che di “impegno”.

            Analogamente, nell’età adulta, parlare di maternità e paternità responsabili significa assumersi l’impegno di accompagnare i figli – desiderati o no – nel percorso della vita, anche di fronte alla società.

            Ma se da un lato, la famiglia resta il contesto di riferimento per la crescita dell’identità personale dei figli, dall’altro, essa può essere anche fonte di disagio psicologico per tutti i suoi componenti. Infatti, il “disagio intra-familiare” è in aumento: crescono le patologie relazionali, le crisi di identità, i casi di disadattamento, i disordini psicosomatici – anoressia e bulimia – ,  fino ai suicidi  adolescenziali e  preadolescenziali.

            Bisogna sempre tenere presente che oggi tutti siamo condizionati da nuovi modelli culturali prevalentemente  negativi - basati sul possesso e sul successo - in cui l’efficienza, il consumo, la novità, il diritto, le occasioni da sfruttare, l’omologazione al gruppo, il ricorso a meccanismi di delega provocano una “infantilizzazione” generale.


 
Caratteristiche specifiche delle relazioni familiari

 
            La famiglia, società primaria e gruppo sociale fondato sulla semplicità e naturalezza, mette in atto delle modalità  relazionali tipiche della convivenza familiare e sviluppa  una sua organizzazione  ben definita.
            In primo luogo le relazioni familiari sono:




  • intime e intense: perché avvengono tra poche persone strettamente legate da una relazione profonda e di lunga durata. La condizione di particolare vicinanza, fisica ed emotiva, fra i componenti che  vivono quotidianamente gli uni accanto agli altri senza alcun disagio, permette la conoscenza profonda  nell'autenticità;


  • continue: nella continuità quotidiana e degli anni è una convivenza totale fatta dipresenza non solo fisica, ma soprattutto emotiva sia nei momenti belli che in quelli difficili della vita. Tali relazioni  continuano anche quando si diventa adulti e si esce dal nucleo familiare per motivi di lavoro o perché si forma la propria famiglia;


  • varie e complesse: perché riguardano adulti e bambini – adulti tra loro, bambini tra loro, adulti con bambini e bambini con adulti – nella differenza generazionale e nel coinvolgimento emotivo-sentimentale.



 
            Tale convivenza mette in atto delle  interazionifatte di verbale e non verbale ma soprattutto emotivo-sentimentali che influiscono molto sulla formazione della personalità dei figli attraverso la manifestazione dei sentimenti di cui quelli basilari sono: amore/disamore, accettazione/rifiuto che generano atteggiamenti di apertura o di chiusura.
Rifiuto e indifferenza provocano ritardo o regresso nello sviluppo, amore e accettazione generano il senso di sicurezza che significa autostima e fiducia in se stesso.



 


«L'amore non è un vestito già confezionato,
ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.
Non è un appartamento "chiavi in mano",
ma una casa da concepire, costruire,
conservare e, spesso, riparare.»

(M. Quoist)
 
 
 
 

 

lunedì 31 ottobre 2011

M.Letizia Di Memmo : "Dinamiche di coppia"


  



leti.dime@gmail.com



Maria Letizia Di Memmo
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Dinamiche di coppia



Priorità del “codice affettivo” rispetto all’accordo contrattuale





La coppia di oggi risulta molto diversa della coppia di ieri: essa decide di instaurare una relazione, stabilisce le proprie norme di comportamento, costruisce il proprio progetto, fa riferimento a propri valori, desideri, aspettative; il suo fattore di coesione è caratterizzato dalla priorità del “codice affettivo” rispetto all’accordo contrattuale.

            Secondo alcuni studiosi, la coppia è “norma a se stessa”, è una famiglia “autopoietica”, cioè auto-costruita e auto-costruentesi, che tende a organizzarsi appunto come sfera soprattutto intima e privata. Essa rischia, però, di diventare un sistema chiuso, in cui le informazioni provenienti dall’esterno, vengono elaborate in maniera autoreferenziale,  cioè a proprio uso e consumo, non considerando le funzioni e il significato che assume nel sociale.
           

Quando la coppia basa la propria unione soprattutto sul legame affettivo, si connota come bastante a se stessa, quindi autonormativa e, in un certo senso, “assoluta”; da ciò consegue che le attese di empatia e di reciproca comprensione diventano molto elevate, entrambi si aspettano dal partner una risposta immediata e adeguata alle proprie esigenze intime: una perfetta intesa.

            Tale modello irreale di riferimento spesso crea le ragioni di rottura che intervengono poco dopo l’inizio della vita a due perché cade il “mito”, l’illusione che ognuno aveva costruito di sé e dell’altro: ciascuno vede l’altro in una prospettiva diversa, in contrasto con l’immagine precedente e, paradossalmente, percepisce anche se stesso diverso.
         
   Una simile scoperta genera un processo di separazione che è vissuto con dolore perché vuol dire separarsi non solo dal compagno ma anche da una parte di sé. Ritornano i bisogni di individualizzazione, di autonomia e di autoaffermazione sacrificati nel progetto di coppia; è un momento delicato, in cui la coppia si trova a dover scegliere tra la separazione dal compagno o la mediazione nella vita quotidiana.

            E’ molto difficile mediare in questi casi, perché ciascuno dei coniugi deve fare i conti non solo con la sua diversità ma con un bagaglio di esperienze vissute all’interno della famiglia di origine, dove si sono configurati stili di vita, abitudini, riferimenti e atteggiamenti, norme e valori che hanno delineato un patrimonio di diversità, quella rete di relazioni plurigenerazionali in cui si è sviluppata la propria identità. Tutto questo, relegato nell’inconscio, esercita una forte potenza nel conflitto di coppia.

            Infatti, durante il periodo dell’innamoramento, le differenze legate alle diversità delle famiglie d’origine possono sembrare facilmente superabili o armonizzabili; ma quando, nel vissuto quotidiano, i bisogni di individuazione si fanno sempre più incalzanti, tali differenze possono determinare sistematicamente conflitti e disaccordi.

            Se a partire dall’infanzia non sono stati risolti problemi di dipendenza e di fragilità nella costruzione della propria identità, la scelta del proprio partner è influenzata da somiglianze o differenze relative al genitore con cui sono stati vissuti problemi emotivi.

Quando la delusione e i sensi di frustrazione sono reciproci, ciascuno dei partner
tende a
colpevolizzare l’altro e insieme a sentirsi colpevole, riattivando così quei “fantasmi” originari nei quali ciascuno dei due ha vissuto le stesse sensazioni, le stesse ambiguità, lo stesso dibattersi senza vie d’uscita; essi restano prigionieri di un circolo comunicativo malato, che si ripete ogni giorno con le stesse modalità, che li unisce e li allontana, ma che li tiene insieme quasi per distruggersi a vicenda.


            C’è chi ritiene che la felicità di una coppia dipende dalla capacità e volontà delle/dei partner di risolvere i problemi e di volersi bene.

            Sulla situazione dei nuovi nuclei familiari o di coppie con alle spalle una separazione o un divorzio sono in atto numerosi studi; ma,  già è venuto fuori che le seconde nozze sono più fragili delle prime, nonostante le cautele che si adottano nel timore di fallire ancora.

 

 


 
 
 
 



 
 


Non vi è un solo raccolto per il cuore.
Il seme dell’amore deve essere riseminato senza posa



(Anne Morrow Lindbergh)


 
 
 
 
 
 
 

lunedì 24 ottobre 2011

M.Letizia Di Memmo :" La famiglia- Ogni individuo ha il diritto e il dovere di diventare se stesso


 



leti.dime@gmail.com
Maria Letizia Di Memmo
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La famiglia



Ogni individuo ha il diritto e il dovere di diventare se stesso


 


L’uomo nasce in famiglia, luogo in cui i figli ricevono dai genitori quei modelli di affettività e di concezione dell’amoreche si stabilizzeranno nell’età adulta.

E’, infatti, nell’infanzia che si costruisce il senso di radicamento, la sicurezza, la stabilità, la solidità e la fermezza del carattere, che rappresentano la base per divenire elastici, flessibili, duttili e creativi.


 



La famiglia ha il compito primario di soddisfare i bisogni fondamentali dei figli e di farli crescere autonomi e indipendenti.
 




         “Se la famiglia non funziona, i figli soffrono e a loro volta incontrano difficoltà ad amare”, come è chiaramente detto dagli studiosi della famiglia.
 



Infatti, essa è portatrice di valori che si concretizzano nelle relazioni che intercorrono tra i suoi membri, ma quando le relazioni vengono compromesse a causa di errori nei rapporti interpersonali, diventa un luogo di disvalori e disarmonie che non favoriscono una crescita equilibrata della personalità dei figli e si trasforma in un luogo di sofferenza fatta diprevaricazioni, ricatti affettivi, equivoci, delusioni, logoramento, fastidio e incomprensioni.



            Nel nostro tempo è difficile raggiungere la coesione nella famiglia a causa del bisogno di individualità dell’uomo moderno.
 



Fino a quando non era stata considerata l’individuazione come una possibilità di evoluzione della società e i ruoli erano stabiliti dalla tradizione, è stato possibile conservare l’atteggiamento solidale tra i membri della famiglia; la solidarietà era allora stimata tra i valori più importanti e considerata estremamente necessaria.



         Non possiamo dimenticare che fino agli anni ‘50 il mondo è cresciuto lentamente, mentre ora assistiamo a un continuo mutamento e a un’accelerazione mozzafiato, qualcosa di unico nella storia dell’uomo. Questo significa che generazionalmente si è assistito a salti difficilissimi da integrare sul piano psicologico individuale. I figli nati dagli anni ‘90 al 2000, cresciuti senza regole e con fortissime tendenze trasgressive e autodistruttive hanno perso totalmente il rapporto con il passato, la tradizione e i valori solo rinnegati ma non sono ancora sostituiti.



         Oggi, la famiglia è in crisi, non incoraggia più i figli all’autonomia, ma tende a mantenere nei loro confronti una situazione di protezione, di appartenenza e di controllo.



Invece, ogni individuo ha il diritto e il dovere di diventare se stesso, di sviluppare la sua personalità; tale principio contribuisce a intensificare le tensioni all’interno della famiglia tanto da diventare insostenibili.



         Ma è possibile, coltivare ancora nelle famiglie il valore della solidarietà?



         Bruno Bettelheim scrive: “La solidarietà reciproca all’interno della famiglia continua a essere desiderata con la medesima intensità di prima, ma oggi è più difficile da realizzare appunto per la forza delle emozioni e dei conflitti che sorgono tra persone che vivono insieme e sono tese ciascuno a conseguire la propria autonomia”, e sostiene pure che “...l’umanità non ha ancora trovato un modo migliore per allevare i suoi piccoli se non nell’ambito della famiglia, né un’organizzazione più adatta a fornire il benessere emotivo, o una struttura entro la quale il bambino possa più direttamente fare un’esperienza di un rapporto d’intimità, che è ciò che gli darà la sicurezza interiore per tutto il resto della vita.



         Anche lo Psicoterapeuta Vincenzo Masini scrive: “La famiglia, secondo il Modello Transteorico,  deve avere come obiettivo quello di costruire  un processo di potenziamento delle reti di solidarietà interpersonale e di diminuire la disintegrazione e l’individualismo.
In tal modo, si vuole limitare il processo di costante dispersione degli individui, sempre più distanti gli uni dagli altri come monadi”.


 






 
 



La famiglia è dove il cuore trova sempre una casa
 (Stephen Littleword)